Con la definitiva caduta della Serenissima e con l'estensione dell'Impero asburgico a buona parte dell'Italia settentrionale, decadde anche la storica funzione strategica di Gradisca, tanto che, nel 1863, fu abbattuto il tratto occidentale della cinta muraria, liberando l’immagine della città dall’ossessione militare.
A seguito della demolizione, si rese disponibile un'estesa superficie, ma, in conformità ai vincoli imposti dal governo austriaco, l'area, denominata "Spianata", fu destinata “al riordinamento in campi e giardini".
Il nuovo spazio divenne via-via il centro della vita sociale cittadina, grazie anche alla nascita dei caffé, sorti ai margini di questo straordinario polmone verde, ed esercitò progressivamente una forte attrazione verso i forestieri.
Fra le aiuole di Piazza Unità d’Italia, di rilievo, è la colonna con il Leone di San Marco, la cui immagine, stagliata contro la facciata del teatro, è stata più volte utilizzata a rappresentare l’iconografia stessa della città. Si tratta, in realtà, del monumento alla Redenzione di Gradisca, inaugurato nel 1924, opera di Giovanni Battista Novelli, artista autoctono, al cui raffinato scalpello si devono, fra l’altro, il busto di Leonardo da Vinci e quello dedicato al garibaldino e concittadino Marziano Ciotti.
Particolare della facciata barocca del
Duomo dei Santi apostoli Pietro e Paolo
Per quanto riguarda gli edifici religiosi ed il patrimonio artistico di carattere sacro, oltre ad alcune cappelle ed ancone presenti sul territorio, si devono ricordare la chiesa della Beata Vergine Addolorata, con una severa facciata lapidea di stile tardo-gotico, la chiesa di Santo Spirito, riedificata nel 1849, ed il Duomo dedicato ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, caratterizzato da un bella facciata barocca che, nella sua tripartizione, segue la suddivisione interna a tre navate. L’edificio incorpora la cappella di Sant’Anna, il cui soffitto è decorato con eleganti stucchi della fine del Seicento. Nella cappella, nota anche come Torriana, è posto il monumentale sepolcro di Nicolò II della Torre, considerato il “gioiello più prezioso e originale del duomo".